In morte di Stefano Rodotà

rodotà

di Massimo Micaletti – Da Radio Spada

Leggo gente che commemora Rodotà.

Un’intelligenza piegata all’ideologia, una ricerca nemica del vero, un pensiero nemico dell’uomo.

E’ morto Stefano Rodotà: inizia immediatamente il processo di canonizzazione laica, che avrà i suoi riti, i suoi sacerdoti, le sue preci e invocazioni.

E’ il “Protocollo Pannella”: attendiamo che, dopo gli immancabili requiem dei politici cattolici, qualche prelato ci parli di una sua “eredità” intellettuale, spirituale, quel che volete, ma certo da non perdere, da custodire gelosamente nel pantheon del dialogo e della cultura acefala. Del resto, prima della militanza nel PCI – praticamente obbligatoria se si voleva far carriera accademica negli Anni Settanta – il nostro era stato un radicale.

Per quel che conta il mio parere, il Rodotà che ricordo io era tanto alfiere della libertà da voler negare il diritto dei medici all’obiezione di coscienza sull’aborto[1]; tanto esperto di Costituzione da asserire serenamente che “il paradigma eterosessuale della famiglia crea incostituzionalità[2]; tanto attento alla tutela dei diritti dei più deboli da ritenere la soppressione dei malati un diritto civile[3]; tanto consapevole della dignità della donna da considerare l’utero in affitto solo un problema di mercato[4] che comunque il legislatore deve approvare[5]; così sensibile ai grandi temi dell’etica della scienza da gioire per la distruzione e la sperimentazione sugli embrioni[6]; così ferrato in materia di famiglia da scrivere che le adozioni gay fanno l’interesse dei bambini[7].

Che dire? C’è tutto perché Stefano Rodotà sia al più presto nella memoria collettiva al fianco di Pannella, certo su un piano diverso. Per nulla istrione, discreto, pensoso, scriveva e meditava le stesse cose che diceva Pannella e che dicono il mio barista o la parrucchiera di mia moglie: ma con uno stile da gran signore.

Ecco: molti lo ricordano per lo stile, l’acume, la cultura. Tutta roba bella, ma sprecata se non t’è servita a capire, in ottantatré anni, che se tua mamma t’avesse abortito tu non avresti insegnato Diritto Civile, non saresti stato Garante per la Privacy, non avresti pontificato da MicroMega e compagnia. La Costituzione si può conoscere a menadito, si può sezionare norma per norma il Diritto Civile, ma quando si fa disinvolta e frequente confusione tra diritti civili e diritti indisponibili; quando si concepisce la libertà solo come esercizio di pretese senza indicare criteri di responsabilità che non siano, in definitiva, le pretese degli altri; quando ci si perde nel terrore che della vita si faccia merce[8] pur ammettendo che della vita si faccia macello coll’aborto; quando accadono queste ed altre cose, che nel pensiero di Rodotà accadevano, si mostrano chiari i limiti enormi di un’intelligenza piegata all’ideologia, una ricerca nemica del vero, un pensiero nemico dell’uomo.

 

Fonte: Radio Spada

 

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Un pensiero su “In morte di Stefano Rodotà

  1. Incontrai per la prima volta Stefano Rodotà nel lontanissimo 1961 allorché – essendo lui “assistente” (come si diceva allora) della cattedra di Istituzioni di Diritto privato ed io giovane studentessa del primo anno di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma – mi accostavo a quella materia fondamentale di tutti gli studi di legge. Grazie al suo chiarissimo insegnamento, all’esame ebbi un ottimo voto. Poi, nel corso degli anni successivi, ne conobbi il pensiero politico profondo e molte volte pregai per la sua conversione, perché mi addolorava pensare che un così raffinato giurista fosse lontano da Dio. Non sono stata esaudita, ma un Requiem per lui l’ho detto ugualmente.

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