Commento alle Letture 12/03/2017 – La Trasfigurazione: una finestra sul Cielo

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Sapendo che ci attende la gioia del Cielo potremo davvero fare il bene sperando nel suo valore eterno. Questo non significa che facciamo il bene solo per guadagno personale. Infatti, noi siamo fatti per il Paradiso, desideriamo il Paradiso, è la nostra vera patria e ne abbiamo nostalgìa. Come dice S. Agostino ne La Città di Dio: chiunque credesse di essere virtuoso senza sperare nel Paradiso, credendo di esserlo per la virtù fine a se stessa, è un illuso e un orgoglioso. La Legge da sola uccide. Siamo solo pellegrini in questa Terra. Se ad un pellegrino togli la méta, non è più un pellegrino ma un vagabondo. Gesù trasfigurandosi mostra la gloria del regno ai suoi discepoli, e a noi, grazie alla loro testimonianza così degna di fede che valse le loro vite. La mostra perché ne abbiamo bisogno, perché vediamo che Lui è la via su cui camminare, la verità eterna a cui giungere e la vita felice in cui permanere per sempre.

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Le nostre Letture di oggi ci invitano a compiere due movimenti. Il primo è verso il Cielo, verso Dio. Gesù prende in disparte Pietro, Giacomo e Giovanni, i suoi apostoli più fidati, che l’apostolo Paolo ci dirà essere ritenuti dalle prime comunità “le colonne” della fede (Galati 2,9). Ritiratosi con loro, si trasfigurò. Gesù si mostrò per Colui che è veramente, il Figlio di Dio e non per sua testimonianza solamente, ma per testimonianza diretta della voce del Padre. Mosè ed Elia conversano con Lui e Dio Padre conferma la sua autorità. Gesù è il compimento di tutte le profezie dell’Antico Testamento, è la speranza su cui l’intera antica alleanza era poggiata. Solo in Lui prende letteralmente davvero corpo la Promessa fatta da Dio ad Abramo che abbiamo ascoltato nella prima Lettura. Come si potrebbe pensare che in Abramo e negli Israeliti siano benedette tutte le genti se non si riconosce in Cristo Gesù la venuta del Messia, che ha squarciato il velo del tempio ed ha instaurato la nuova alleanza di Dio, estendendola anche a tutti gli altri popoli della Terra? La Legge poteva essere solo un pedagogo nell’attesa della Verità e della Grazia del nostro Maestro, di Colui che è via, verità e vita. In questa Trasfigurazione Gesù mostra ai suoi apostoli uno squarcio di Cielo e gli fa assaporare un piccolo assaggio della pace e della gloria del Regno. Il ricordo di questo giorno li accompagnerà per tutta la loro vita e gli darà la forza di testimoniare ciò che coi loro stessi occhi hanno veduto, fino al martirio. Anche noi, sebbene non possiamo avere un ricordo simile a quello di Pietro, Giacomo e Giovanni, sappiamo dentro di noi cosa sia il Paradiso. Noi non lo abbiamo visto coi nostri occhi, non ancora, eppure intuiamo nel nostro spirito la profonda gioia e pace e serenità che scalda il cuore di una vita senza tempo. Come a volte può capitare con un bacio, o in un incontro tanto atteso di una persona cara, o in un momento di commozione, come in quei momenti di felicità tanto intensi che ci sembra che il tempo si sia fermato, e si ferma davvero, così sarà per sempre il Paradiso. La vita stessa, senza tempo. Anche noi, dunque, con questa speranza nel cuore possiamo essere davvero virtuosi e cogliere l’esortazione di S. Paolo a soffrire per Cristo con lui, in questo cammino Quaresimale. Sapendo che ci attende la gioia del Cielo potremo davvero fare il bene sperando nel suo valore eterno. Questo non significa che facciamo il bene solo per guadagno personale. Infatti, noi siamo fatti per il Paradiso, desideriamo il Paradiso, è la nostra vera patria e ne abbiamo nostalgìa. Come dice S. Agostino ne La Città di Dio: chiunque credesse di essere virtuoso senza sperare nel Paradiso, credendo di esserlo per la virtù fine a se stessa, è un illuso e un orgoglioso. La Legge da sola uccide. Siamo solo pellegrini in questa Terra. Se ad un pellegrino togli la méta, non è più un pellegrino ma un vagabondo. Gesù mostra la gloria del regno ai suoi discepoli, e a noi grazie alla loro testimonianza, così degna di fede che valse le loro vite. La mostra perché ne abbiamo bisogno, perché vediamo che Lui è la via su cui camminare, è la verità eterna a cui giungere, è la vita felice in cui permanere per sempre.

Il secondo movimento è verso noi stessi e verso gli altri. La speranza di Cristo e la sua grazia ci rendono capaci della vera carità e di portare con Lui la croce, completando in noi stessi le sofferenze della sua Passione e preparandoci degnamente alla Santa Pasqua. La ragione per cui spesso oggi capita che tutti i giorni ci sembrano uguali e non riusciamo più a vivere intensamente le festività è perché non siamo più capaci di fare silenzio, di fare deserto, di fare sacrificio. Una gioiosa celebrazione, ha bisogno di un periodo di preparazione e di digiuno. Questo ci insegna Gesù: quanta più croce, tanto più vera è la gioia. Quanta più croce, tanta più gioia. Un popolo senza croce è un popolo annoiato e ingrato, che si stanca subito di tutte le gioie che ha. Solo quando sapremo sopportare i chiodi della croce, nella nostra carne, cambieranno i nostri occhi. Vedremo allora la vita a colori e sapremo davvero muoverci, con l’amore di Cristo, verso il nostro prossimo, rendendo più luminose le nostre comunità. Che la nostra Quaresima possa essere un deserto fecondo in cui si plasmi il cuore dei pellegrini del Cielo, i pellegrini di Dio.

Sia lodato Gesù Cristo

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