La religione dittatoriale comunista in Cina

I regimi comunisti sono sempre stati il trionfo dell’assurdo, dell’ottusità burocratica, il palcoscenico della demenzialità del potere, ma la Cina aggiunge adesso un altro tassello (tragi)comico.

Al capitolo V (articoli 36-39) dei nuovi regolamenti sulle attività religiose del regime comunista di Pechino, si dispone infatti che è vietato reincarnarsi senza il permesso del Partito.

E’ solo il regime che fa professione di materialismo ateo a poter certificare che si tratta di reincarnazione autentica.

Quindi i “budda viventi” del buddismo tibetano – per reincarnarsi – devono fare domanda, la quale “deve essere presentata per l’approvazione al dipartimento per gli affari religiosi del governo del popolo”. 

E’ solo una – la più ridicola – delle tante misure repressive che il regime ha deciso per soffocare la religione tibetana.Anche se questa norma surreale era già prevista nei precedenti regolamenti e ha iniziato a essere operativa dal 1° settembre 2007.

Infatti – come spiega padre Bernardo Cervellera (direttore di Asianews) – “già da anni il Partito-governo ha stabilito questa regola che cerca di prevenire la possibilità di una reincarnazione ‘non controllata’ o ‘non approvata’ del Dalai Lama”.

Sarebbe esilarante assistere all’iter burocratico di una di queste pratiche per la reincarnazione. Purtroppo però la cornice di questa vicenda è terribile: è la repressione sanguinosa del popolo tibetano (con la distruzione del buddismo) perpetrata dal regime maoista dopo l’invasione e l’occupazione di quel Paese nel 1950. Che segnò la fine dell’indipendenza del Tibet, di cui il Dalai Lama era al tempo stesso l’autorità religiosa e politica.

In ogni caso – al di là del contesto drammatico – quella sulle reincarnazioni resta una norma grottesca tipica dell’ottusità burocratica di tutti i regimi comunisti. Cosa significa e cosa comporta in concreto?

I BUDDA VIVENTI

Si deve sapere che – secondo le credenze del buddismo tibetano – vi sono personalità, ritenute sante e venerabili, che invece di entrare nel Nirvana si reincarnano per illuminare gli uomini, su questa terra, e aiutarli a trovare la via del Budda. E’ nella platea di queste reincarnazioni che poi vengono individuati il Dalai Lama e il Panchen Lama.

L’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso – che è la quattordicesima reincarnazione – è considerato dal regime comunista come il nemico pubblico numero 1 da quando – nel 1959 – fu costretto a fuggire in India (in Tibet basta possedere la sua foto per venire arrestati).

Adesso però il Dalai Lama ha ormai 81 anni e – con la sua scomparsa – il regime cinese vuole chiudere definitivamente la partita col Tibet e col buddismo tibetano.

Già quando il Dalai Lama, nel 1995, riconobbe come reincarnazione del Panchen Lama un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, il regime comunista fece subito sparire il fanciullo e la sua famiglia, di cui nessuno sa più nulla, e decise di scegliere un altro bambino come Panchen Lama.

Ma soprattutto – come si è detto – il governo comunista ha imposto la norma sulle reincarnazioni che devono avere l’approvazione del regime e all’inizio di quest’anno è arrivato addirittura a pubblicare sul sito web dell’Autorità per gli affari religiosi i nomi, le foto e gli indirizzi di alcune centinaia di “Budda viventi” – cioè allineati al regime – la cui “reincarnazione” è autenticata e autorizzata dal Partito.

Con questa iniziativa si sono delegittimati come illegali e falsi tutti quelli riconosciuti dal Dalai Lama (che ovviamente sono esposti a varie accuse e poi a repressioni, arresti e torture).

TERRA BRUCIATA

Una strategia che mira a controllare la nomina del prossimo Dalai Lama. Del resto, per l’attuale Dalai Lama, la Cina, mettendo sulla bilancia tutto il suo peso economico, commerciale e politico, è riuscita ad ottenere, negli ultimi due anni, un isolamento internazionale spaventoso.

Sia le Nazioni Unite che i singoli governi hanno sostanzialmente abbandonato il Tibet alla mercé del regime cinese.

Nell’aprile scorso Giampaolo Visetti su “Repubblica” ha fatto l’elenco impressionante delle “porte in faccia” che il Dalai Lama si è preso dal 2014 ad oggi. Una serie inaudita.

Ma l’ultima, davvero umiliante, è quella di papa Bergoglio che – per compiacere il regime cinese – non lo ha invitato all’incontro delle religioni di Assisi dove invece, nel 1986, era stato invitato da Giovanni Paolo II (e nonostante questo servilismo bergogliano verso la dittatura comunista, i nuovi regolamenti cinesi sulle religioni risultano una mazzata durissima pure per i cattolici).

La comunità internazionale si è mostrata insensibile perfino di fronte alle “oltre centoquaranta auto-immolazioni di monaci buddisti negli ultimi cinque anni”, come scrive Visetti, che aggiunge: “da dossier pacifista alla moda il Tibet scopre così di essere una patata bollente che nessuno vuole più tenere in mano”.

I salotti internazionali e le star di Hollywood non sembrano dare più grandi segni di interesse.

Così pure i grandi parolai dell’umanitarismo “politically correct”, come Bergoglio (che rilascia imbarazzanti dichiarazioni di legittimazione del comunismo cinese e dei suoi crimini) o come Obama, che discetta di diritti umani all’Onu, ma si guarda bene dal prendere le difese del Tibet.

LA FINE

Il Tibet è solo e il Dalai Lama è evitato da tutti e isolato. Infatti – sconsolato – è arrivato a dichiarare: “Buddha potrebbe non reincarnarsi più”.

La prospettiva quindi è che il vecchio Tenzin Gyatso possa davvero passare alla storia come l’ultimo Dalai Lama.

Anche se il regime comunista – per schiacciare definitivamente il Tibet e la sua cultura – sicuramente provvederà d’ufficio a farne “reincarnare” uno farlocco, col timbro del Partito.

Un “compagno Dalai Lama”, taroccato come certe cianfrusaglie “Made in China”, che liquiderà il Tibet per conto del regime comunista. Nell’indifferenza dell’Onu, dei salotti intellettuali, dei governi e del papa “politically correct”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 30 settembre 2016

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