Il peccato originale

Original sin.jpgQuesta è la vera natura del frutto che l’uomo ha mangiato: un desiderio di ribellione e rivalsa verso il Padre, che lo ha portato a voler essere al di là del bene e del male, perdendo così la grazia e trovando invece la morte, come Dio gli aveva prospettato. Il frutto della conoscenza del bene e del male non è ciò che ci ha donato il libero arbitrio, nè ci rese come Dio. L’uomo fu padre della morte quando volle trascendere il valico della legge divina, ponendosi al posto di Dio e decretando da sé ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Che cos’è questo “peccato originale”? Che cosa è realmente avvenuto? Perché Dio ci ha messi alla prova? Perché ci ha condannato? Perché ha condannato il desiderio di conoscenza del bene e del male? Voleva forse che rimanessimo come bestie?

Queste domande insieme alle relative obiezioni ricorrono spesso nella retorica scettica e, per un cristiano che vuole dare testimonianza, è molto importante avere le giuste risposte.

Scrittura e Tradizione ci insegnano che Adamo ed Eva, primi uomini, vennero creati immediatamente ad immagine e somiglianza di Dio, dotati di libero arbitrio e perciò diversi da Dio. Come ho scritto nel mio articolo sulla creazione della possibilità del male con il libero arbitrio (qui), se Dio avesse creato i primi uomini senza la possibilità del fallimento e, quindi, senza mettere alla prova in nessun modo la loro volontà, essi sarebbero stati come marionette nelle mani di Dio, non diverse in alcun modo da Lui. Il libero arbitrio, in questo senso, è custode della nostra identità, della nostra differenza da Dio. Noi siamo creati per amare Dio e così dare a Lui gloria, ma se non fossimo stati liberi di rifiutarlo, il nostro sarebbe stato un amore obbligato. Lo sappiamo anche dalla nostra più comune esperienza: un amore forzato non può mai essere amore vero. Un Dio tiranno che impone la relazione, non solo non sarebbe un Dio di amore, ma anche scioglierebbe la nostra identità nella sua (Esodo 33, 17-23). Per questa ragione, non appena vengono posti nel giardino, al principio della creazione, Adamo si trova davanti ad un albero proibito di cui non può nutrirsi. Un divieto è già presente nel suo primo approdo all’esistenza, una possibilità di dire no a Dio. Anche all’aurora della sua vita, Adamo, primo di tutti gli uomini, è posto davanti ad una libera scelta tra il rispetto del comando divino nella fiducia alla sua Parola e la ribellione, la sfiducia (Genesi 2, 15-16). E’, pertanto, falsa l’idea che l’uomo, prima di mangiare di quel frutto, non aveva alcuna concezione del bene e del male e che viveva come una bestia. Come avrebbe infatti potuto peccare se non avendo la possibilità di scegliere tra bene e male?

L’interpretazione del giardino dell’eden come un giardino di “soli animali”, da cui l’uomo si è elevato ribellandosi è anti-cristiana, legata al mito prometeico delle dottrine gnostiche o evoluzioniste. In questo mito, Prometeo sottrae il fuoco al dio per donarlo agli uomini tramite un atto violento di ribellione. Secondo queste menzogne, è proprio grazie a questa ribellione originaria che l’uomo acquista la conoscenza, la gnosi, che lo libera dal dominio di un dio demiurgo malvagio (il nostro Dio) che lo vuole soggiogare alla sua legge ingiusta e tiranna (i Comandamenti). L’uomo deve venerare il primo ribelle, il serpente, come colui che gli ha permesso di elevarsi, colui che gli ha aperto gli occhi donandogli la luce, il fuoco della conoscenza che lo libera finalmente dal rapporto servile verso l’odioso Dio legislatore che ha messo dei ceppi alle nostre caviglie. Questo atteggiamento di superbia è diabolico ed è esattamente opposto all’atto di fede che apre il nostro cuore all’amore del Padre è l’essenza del peccato originale. Ecco cosa ci dice al riguardo la Genesi:

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.”
Genesi 3, 1-7

Eva viene invitata alla ribellione dal serpente ma si ricorda della Parola di Dio: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”.  Il demonio le dice: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino? […] Non morirete affatto!”. Ecco il primo passo della strategia del maligno nei nostri confronti: spingerci a dubitare della Parola di Dio. Seconda mossa: “Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”; mangia il frutto e sarai il dio di te stesso. La dinamica del primo peccato è la medesima di tutti quelli che lo avrebbero seguito. Innanzitutto il demonio ci tenta, ci offre qualcosa che può sembrare buono, mentendo. Se, infatti, ci offrisse qualcosa che non ci sembra desiderabile non sarebbe nemmeno una tentazione per noi. Poi ci chiede di dubitare della Parola di Dio spingendoci ad abbandonare il nostro scudo della fede in ciò che Lui ha detto e promesso. Infine ci lusinga offrendoci la possibilità di essere Dio.

Che tipo di conoscenza potrebbe renderci come Dio? Se mangiare di quel frutto fu ciò che davvero ci conferì il libero arbitrio come è possibile che Adamo abbia scelto di disobbedire a Dio? La verità è che la conoscenza del bene e del male non è ciò che ci ha reso uomini liberi perchè secondo la Bibbia palesemente lo eravamo sin da principio. Piuttosto quel cibo mortale ci rese schiavi. Molti filosofi (tra cui più recentemente K. Jaspers e M. Heidegger) hanno portato alla luce la distinzione fondamentale per cui vi sono due modi di approcciarsi alla conoscenza della verità che l’uomo può adottare: l’affidamento e la conquista. Se l’uomo sceglie la via dell’affidamento, decide di schiudersi ad una Verità che lo vuole incontrare, che bussa alla sua porta (Apocalisse 3,20) e lo invita alla conversione e alla luce della gloria di Dio. Se, invece, seguendo la mentalità tipica della modernità (neopositivista, materialista (marxista), o gnostico panteista) sceglie di tentare la conquista della verità, egli vuole allora fagocitarla, mangiarla e dominarla per incasellarla nel suo edificio schematico, nel suo recinto artificiale. Per essere più concreti: noi conosciamo, ad esempio, il bicchiere, ne conosciamo lo scopo e l’essenza. Possediamo in una certa misura la sua definizione ed infatti il bicchiere non ha nessuna influenza sulla nostra vita. Invece, per tutte quelle cose che ci rendono uomini, che fanno parte della nostra stessa natura, che “ci delimitano” noi non possiamo dare una definizione completa. Non possiamo conquistare né recintare o possedere l’amore, la fede, il bene e il male, la tristezza e la gioia, la morte e la vita, poiché altrimenti non saremmo più uomini ma trascenderemmo il nostro limite andando al di là di ciò che ci rende uomini. Questo pensava di aver fatto anche Nietzsche, suicida spirituale ritenuto modello di genialità e successo, che scrisse “Al di là del bene e del male“. L’uomo, tuttavia, non è fatto per dominare la definizione di uomo e di Dio, di amore e odio, di gioia e dolore, di serenità e disperazione, di bene e di male. L’uomo non è fatto per conoscere il bene e il male, l’uomo è fatto per fare il bene e il male. Se l’uomo si ponesse al di là del suo limite, egli non potrebbe più fare il bene e il male perché piuttosto ne usufruirebbe, come fa di un bicchiere. L’angelo ribelle invita l’uomo al desiderio di essere il Dio di se stesso, di scegliere da sé cosa è bene e cosa è male, di tracciare da sé il limite della sua esistenza, di scrivere da solo il suo Decalogo, di bastare a se stesso. Il diavolo invita l’uomo di ogni tempo a rinunciare alla sua figliolanza, a prendere la sua parte di eredità e a fuggire lontano dalla casa di suo Padre (Luca 15, 11-13). Questa è la vera natura del frutto che l’uomo ha mangiato: un desiderio di ribellione e rivalsa verso il Padre, che lo ha portato a voler essere al di là del bene e del male, perdendo così la grazia e trovando invece la morte, come Dio gli aveva prospettato. Il frutto della conoscenza del bene e del male non è ciò che ci ha donato il libero arbitrio, nè ci rese come Dio. L’uomo fu padre della morte quando volle trascendere il valico della legge divina, ponendosi al posto di Dio e decretando da sé ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Adamo non è diventato se stesso ma ha perso se stesso, ha perso la grazia di Dio, cadendo esiliato in attesa della sua Redenzione. Quando Dio scacciò l’uomo dal Giardino, senza però condannarlo direttamente all’inferno, aveva già in mente tutta la redenzione della Croce che, infatti, viene predetta nel cosiddetto Protovangelo:

Mary

 

“Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».” (Genesi 3, 15).

 

 

 

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