L’inganno dello Stato laico

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Che cosa significa stato laico, laicità? Dovremmo cancellare tutte le religioni dal ruolo centrale che hanno sempre avuto per evitare i conflitti? Fino a che punto una religione può essere considerata autentica o vera se rimane nello spazio privato del proprio appartamento? Siamo i primi talmente evoluti da aver raggiunto questa somma consapevolezza riguardo alla divisione dei poteri?

Per un vero credente, per un uomo serio che affronta la vita senza galleggiare sulla superficie della distrazione, la religione non è e non può essere solo un culto, la religione è la vita. Nessun popolo né individuo, per quanto John Lennon desideri che noi “immaginiamo” questo splendido disegno “che non è il solo a condividere”, potrà mai rinunciare alla ricerca di uno scopo nella vita. Non si può fingere a lungo di non desiderare un senso dietro al mistero profondo dell’esistenza, né fuggire il confronto con la sfera religiosa e con la morte. La religione viene oggi additata come la causa principale del conflitto nel mondo, e pertanto scartata come dannosa, pericolosa, fastidiosa. In realtà questo movimento sociale corrisponde parallelamente ad un movimento interno al cuore dei singoli, spaventati (Salmi 52, 6), ripiegati, soli. La vita di un popolo è sempre legata alla vita dei singoli e l’una influisce sull’altra. Ecco cosa fa l’uomo del terzo millennio occidentale: siccome l’amore può essere fonte di dolore e sofferenza, egli smette di amare. Con impegno e discrezione, quasi di nascosto, si fabbrica un’armatura di pietra attorno al cuore fatta di idoli, distrazioni, peccati, dipendenze, menzogne, noia, vanità virtuale e luminosa. Egli cancella il suo anelito alla vita. Amare Dio è vivere, smettere di Amare, come ama Lui, per paura di soffrire è come smettere di vivere per paura di morire. Ridotti a far di tutto per “sopravvivere”, si smette di vivere, contrariamente al precetto evangelico che comanda di disprezzare la vita (del mondo) fino al morire (Apocalisse 12, 11; Matteo 16, 24-25). L’uomo perde la propria verità, la propria identità, non è più capace di comprendersi e di raccontare la sua storia, né tantomeno di viverla. Per questo non viviamo più avventure, non ne abbiamo più il cuore. Non siamo più eroici: sarebbe da fondamentalisti ormai avere qualcosa di così importante per cui vale la pena dare la vita. Perché mai farsi sgozzare o torturare o perché combattere rischiando molto, quando si può semplicemente tacere? Il sangue dei martiri, calce delle mura della Chiesa, di cui siamo eredi, è sempre più ignorato perché evoca un tempo in cui ancora qualcuno aveva la forza di lottare e morire per il Bene. Perché quegli uomini non potevano semplicemente tacere? Sacrificare un pochino all’imperatore e basta, non sarebbe cambiata la loro vera fede, non gli si chiedeva poi molto. Solo una convivenza tollerante con le altre religioni, senza pretese di annuncio che poteva offendere qualcun altro. Perché mai quel fondamentalista pazzoide e rompiscatole di S. Giovanni Battista doveva gridare al carro di Erode per urlargli che era un incestuoso e un peccatore? Non poteva starsene buono nel deserto coi suoi compagni? Quanti altri anni avrebbe vissuto? Quanti altri ponti avrebbe costruito al posto di un muro in nome del quale alla fine è stato decapitato?

Così, in quanto popolo, viviamo il medesimo svuotamento. Legare il proprio stato ad una confessione religiosa è ritenuto essere qualcosa di estremamente sbagliato perché si offendono le altre idee, si rischia il conflitto, il fastidio, lo scontro. Molto meglio svuotare la propria identità culturale e amalgamare tutto in un grigio magma senza volto. Molto meglio non avere convinzioni e così non avere motivi per creare attriti. E’ davvero un valore non avere più radici? Non avere più una “terra dei padri”, una tradizione, un costume? E’ davvero un valore non avere più niente per cui si è pronti a morire? O significa forse non avere nemmeno più niente per cui vivere?

Come rispondere, poi, alle domande morali che fondano la legge senza una risposta religiosa davanti al mistero della vita? I tanto osannati diritti umani non sono un terreno comune, ma piuttosto sono un comodo compromesso che ha sacrificato l’unicità della Verità e il comando dell’annuncio (Marco 16, 15-20; Giovanni 20, 21) sull’altare del relativismo. Lo sciamano officiante il rito fu la “pace”, la “concordia”, non come la dà Lui ma come la dà il mondo (Giovanni 14, 27): una falsa armonia basata sul compromesso al male e sul tiepido disinteresse rispetto al fondamento. Come un fiore strappato, i diritti dell’uomo sono senza radici e appassiranno presto, anzi, già sono quasi del tutto appassiti. La risposta a cui sempre più spesso si giunge in ogni ambito è: “Ognuno faccia ciò che vuole perché il soggetto deve essere libero di scegliere. Se si fa male da solo, tanto peggio per lui; saranno fatti suoi”, “io sto al posto mio, tu sta al posto tuo”. Come si può essere così ciechi da non vedere che questo porta necessariamente all’anarchia, al non-stato? Un non-stato di un non-popolo, senza passato, senza alcun compito o responsabilità verso il futuro e verso il prossimo, se non quello di costruire una torre sempre più alta (Genesi 11). Per questo, il vero, autentico stato laico è un non-stato, e, dunque, non esiste, perché non ha niente da dire in nessun campo, nessun fondamento dal quale trarre la sua morale e le sue leggi. La verità è che lo stato laico non esiste; e questo inganno sarà presto svelato, quando il popolo reclamerà un nuovo dio e sorgerà un nuovo dittatore, una nuova religione, un falso messia. Scandalosa posizione da sostenere in un mondo dove questa forma di governo è talmente divinizzata da assurgersi al titolo di unico possibile stato giusto, e da imporsi talvolta con la forza laddove non c’è, giungendo perfino a giustificare la conquista tramite intervento militare. Eppure è proprio la Verità ad essersi definita come pietra di scandalo, scartata dai costruttori (Luca 20, 17-18), o forse oggi sarebbe più calzante dire dai “fratelli muratori”. In uno stato ci sono sempre due colonne portanti del potere: il potere esecutivo temporale e il potere simbolico religioso. Il potere temporale è il potere di farsi obbedire con la forza, il potere simbolico è ciò che fonda la possibilità dell’obbedienza stessa, radicandola al suolo di una credenza comune che, data la natura dello spirito dell’uomo, fatto per Dio, è sempre necessariamente religiosa. Le Rivoluzioni, con l’inganno della laicità, hanno invertito questo paradigma: il potere temporale deve essere superiore al potere simbolico. Soltanto così si avrà una convivenza pacifica, una assenza totale di conflitto. Per cancellare per sempre il conflitto e la sofferenza che non riesce nemmeno a guardare, per estirpare la zizzania dal campo, l’uomo del mondo è pronto a strappare tutto il grano, e a togliersi in questo modo la linfa vitale dalle vene (Matteo 13, 24-30). “Pensate che bello!”, ci gridano i mass media, immaginate un mondo in cui non si combatte più, in cui nessuno litiga più, immaginate di non avere più nessun credo, nessuna ragione per morire, nessuna ragione per vivere. Immaginate di essere una colonia di formiche, dei robot immortali (fortunatamente questo ci fu negato da una Parola irrevocabile: Genesi 2,17; Genesi 3, 19; Luca 12,25) che pensano solo al proprio ventre, che chiedono la salvezza al proprio formicaio e alla propria madre regina, formica quanto loro. Questa è l’anticamera dell’inferno. Riflettendo per un attimo sul modello proposto si vede subito che non potrà mai funzionare. Affinché, infatti, le persone siano genuinamente convinte di obbedire al potere temporale, serve che questo potere si conformi, o, quantomeno, tenti di conformarsi alla Verità, cui i popoli anelano e su cui fondano la loro morale e la loro legge. Per quanto si tenti di definire questa incontrovertibile realtà come “oppio dei popoli”, essa rimane evidente e si impone, rientrando dalla finestra una volta cacciata dalla porta. Come storicamente innumerevoli volte dimostrato, l’unico risultato possibile delle Rivoluzioni, che sradicano l’uomo dai suoi padri, da suo Padre, per gettarlo nel niente onirico di un futuro fatto di parole di vento, è sempre solo una nuova e peggiore tirannia, una religione del male. Se il potere temporale vuole liberarsi da questo fastidioso impiccio di avere a che fare con la vera ed unica sorgente del potere, la Persona che è la Verità, ha soltanto un modo: la violenza. Essa può essere fisica ma si sa che la più efficiente è certamente quella mentale e spirituale. Corrompere i costumi, corrompere le menti porta un popolo all’abbandono dell’anelito verso la ricerca del Vero e all’accettazione di un dominio cieco. Questo avviene con le tradizionali lusinghe del male portate avanti da strumenti di comunicazione di massa sempre più potenti ed invadenti. Il riscatto sociale, una maggiore ricchezza e benessere, il potere, il sesso, l’annullamento del valori evangelici. Risulta troppo difficile rispondere a discipline e regole morali, dominare se stessi e le proprie pulsioni bestiali, per chi non crede e non spera più nel Cielo. Pertanto, è meglio chiudere gli occhi davanti a questi esempi di vite sante, trattarli con sospetto, come fossero persone sempre pronte ad offendere, persone troppo “radicalizzate”. Meglio pensare che, sotto sotto, siano cattivi anche loro.

Quindi che fare? Bisogna essere violenti e rinunciare al dialogo? Imporre sempre il proprio punto di vista sugli altri senza lasciarli liberi di esprimersi o di scegliere? Niente di tutto questo. Solo avendo una fede decisa, un anelito ardente nel cuore, si potrà dialogare davvero, anche a rischio di confliggere, perché solo allora si avrà qualcosa da dire. Si può essere decisi ma dolci, convinti ma lieti di ascoltare. Si può essere annunciatori che testimoniano con la vita e non con la jihad. Si può anche vivere in uno stato dichiaratamente obbediente a precetti cristiani senza essere cristiani ed essere tollerati, amati, rispettati. Si può parlare con mitezza e forza come i martiri, come Gesù. Gesù si arrabbiava anche: il suo volto non è soltanto tenerezza, ma anche giustizia. Non si può togliere una virtù dal disegno del volto di Cristo senza con ciò cancellarlo tutto. Così ecco che, cancellando l’amore per la verità e la giustizia, additandolo come fondamentalismo, le Beatitudini una ad una si convertono in slogan: la povertà in benessere, la croce in furbizia, la mitezza in tiepidità, la misericordia in iniquità, la castità in sentimentalismo, la pace in compromesso, il martirio in fama e acclamazioni. Chi ha tutte le virtù ma una ne odia, non ne ha nessuna; chi ha una sola virtù ma tutte le ama, le ha tutte.

Da radicale, che convintamente segue il precetto evangelico di amare il proprio nemico, confermo che essere radicali è bellissimo, e dà la gioia quando significa essere radicati nel bene. “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene” (Romani 12, 9). Radicatevi al bene, a Gesù Cristo. Solo allora la Chiesa splenderà della Gloria del suo Re, in una vera nuova evangelizzazione di un mondo fin troppo arido.
“Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi.” (Marco 8,38)

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